Violante: siamo uomini o caporali?

dicembre 27, 2008

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Torno a scrivere dopo tempi immemori. E torno a parlare ancora di politica, non chiedetemi perché.

Questa volta focalizzo la mia attenzione (e spero anche un pò la vostra) su un personaggio in particolare: Luciano Violante. Un tizio bizzarro che, tanto per cambiare, ha svestito i panni togati per indossare la giacca – e – cravatta da parlamentare, giungendo fino all’essere una delle 4 alte cariche dello Stato. Un iter pienamente figlio dell’ondata giustizialista post Tangentopoli.

Parlo di Luciano Violante e della sue dichiarazioni rilasciate a Laura Cesaretti per Il Giornale di Mario Giordano: « Il Pdl non faccia come noi durante Mani Pulite: non usi la giustizia come arma politica ». Poffarbacco!

A volte ritornano. Violante il furbetto, il giudicatore ad personam: colui il quale sgretolò gli ultimi bisbiglianti tentativi di difesa interni alla sinistra italiana. « C’è ormai un groviglio incestuoso tra dirigenti e interessi privati che tocca tutti ».

Ha ragione Uolter a parlare di questione morale (a tal proposito vi rimando anche ad una questione prettamente giornalistica, il caso Barnard), a commissionare le varie sedi bollenti del partito. Ha ragione perché dopo Tangentopoli, tutti i tipetti furbi come Violante hanno avuto la sbornia di sentirsi degli immacolati, dei mammasantissima intoccabili. Oggi c’è la dimostrazione che il malaffare è trasversale, anche a casa Di Pietro (soprattutto nell’ubicazione di Cristiano, il figlio) ha bussato alla porta la giustizia dai due pesi e due misure.

E mi perdonino i più, invaghiti, dalle perorazioni di chi (come Travaglio, si è fatto il culo pieno con le pubblicazioni contro questo o quel politico a lui avverso) credeva che solo Forza Italia, Alleanza Nazionale e Udc avessero dei delinquenti tra le liste elettorali. Non si sbagliavano mica.

Però, c’è sempre un però, i furbetti come Violante ora si “sono messi da parte”: spazio ai giovani (inquisiti) questo lo slogan che campeggiava. Purtroppo scrivo da disilluso, perché io guardavo al PD con la giusta ottica di chi crede in un progetto nuovo, invece altro che innovazione, siamo alle solite. Pagherà solo Veltroni e buonanotte al secchio.

Il primato morale comincia a crollare piano piano, nemmeno Di Pietro né è immune. Dove ci porterà tutto questo? Lucianone, l’ex magistrato, trova la soluzione: meno ministri ombra, più presenze sul territorio. Così il partito potrà risollevare la testa, come se bastasse.

Riforma della giustizia in primo piano. Violante paventa il nuovo “Titanic”. Sornione avrà sorriso: che tempesta giudiziaria per i compagni di merende. Magistrati, maledetti!

Anzi, «Chi guida il partito deve avere attorno gente solida, strutturata, autorevole e autonoma, capace anche di dire di no. Dicendo sempre sì, i caporali finiscono per scavare la fossa ai generali».

Resta da decifrare chi siano i caporali e i generali. Il dubbio è lecito.


Il Pastone di Natale (ne fa del Pd un sol boccone)

dicembre 17, 2008
foto Internet

foto Internet

Non “adoro” Gianni Riotta, né la sua conduzione della rete ammiraglia, in tema d’informazione, di mamma RAI. Però devo dargli atto che il direttur del TG1 ha riportato in voga il, cosiddetto, pastone.

Una sorta di cianfrusaglia organizzata di notizie (perlopiù politiche) che hanno un duplice effetto: quello di dare il contentino (chiamasi spazio, figlio primogenito della par condicio) a ciascuno e non far capire niente di nessuno.

Chiamasi “distorsione”, anche se questa non va ad intaccare alcun arto. Perché questa mia premessa?

Facile, anzi facilissimo: ieri i TG pullulavano di notizie urlanti.

Vuoi che sia il mega blitz antimafia in quel di Palermo, dove è stata debellata la zona dal grave virus di un nuovo ordine mafioso, con tanto di cupola, coppola, baci e padrini. Ho notato, con piacere, quasi l’indifferenza con la quale i cronisti facevano sfilare dietro le spalle il centinaio degli arrestati, quando si dice l’evoluzione della società. Le persone cadute nel sacco non sono mica gli ultimi della classe, ma i capimafia: appena 10 anni fa le telecamere ci avrebbero aggozzato di particolari a go go sugli uomini di Cosa Nostra.

Mazzettopoli (foto Internet)

Mazzettopoli (foto Internet)

Vuoi che sia i (al plurale, no non è un refuso!) nubifragi giudiziari sul PD. Piove sul bagnato, vista la debaclé elettorale in Abbruzzo, dove Chiodi ha crocefisso le ultime speranza di Veltroni e company di rialzare la testa, dopo aver perso quella di rialzare l’Italia. Piove dicevamo. Sulla testa del sindaco di Pescara, nonché segretario regionale del PD (da non sottovalutare l’impatto in tutto ciò della vicenda di Ottaviano Del Turco, sempre in Abruzzo), Luciano D’Alfonso pende la mannaia delle tangeti: pare che il primo cittadino abbia dei rapporti strettissimi con la proprietà di Air One, nel padre e nel figlio Carlo e Alfonso Toto. Questa amicizia è costata cara alle casse comunali, rimpinguendo però quelle personali.

Il Gip Luca De Ninis ha iscritto nel registro degli indagati 40 persone (quasi tutti imprenditori d’alto calibro, basti pensare oltre alla famiglia Toto, la presenza anche di De Cecco e Luigi Pierangelli, avversario di Angelini e che dell’anticorruzione ne fece una battaglia), ree di aver commesso pesantissimi capi d’imputazione, come associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e alla concussione, truffa, falso e peculato. Le manette però sono scattate ai polsi solo all’entourage del sindaco.

Come se non bastasse, passiamo alla vicina Basilicata: Henry John Woodcock, pm di Potenza famoso per le sue azzardate tesi accusatorie, finora dissolte quasi tutte nel nulla (dicevano lo stesso di De Magistris, ndr) ha messo sotto la lente di ingrandimento il deputato del Pd, Salvatore Margiotta, che si è immediatamente dimesso dalla carica però dichiarandosi pienamente estraneo alla vicenda. Vicenda che parla di non altro che del “solito” giro di mazzette che avrebbe favorito lo spartirsi dei ricchi giacimenti di petrolio della Basilicata in una lotta tra la Total e una cordata di imprenditori lucani. In palio i privilegi e aggiudicarsi gli appalti per lo sfruttamento dei pozzi.

All’inchiesta ha preso parte anche Sergio De Caprio, per intenderci il “Capitano Ultimo”, che ha tratto in arresto 10 degli inquisiti: l’amministratore delegato di Total Italia, Lionel Levha, Jean Paul Juguet, responsabile Total del progetto ‘Tempa Rossa’, per lo sfruttamento di uno tra i più ricchi giacimenti della Basilicata, che si trova all’estero, Roberto Pasi, responsabile ufficio rappresentanza lucano della Total e un collaboratore, Roberto Francini. Insieme a loro anche Francesco Ferrara, imprenditore di Policoro a capo di una cordata per lo sfruttamento dei giacimenti e Ignazio Tornetta, il sindaco di Gorgoglione, il comune di “Tempa rossa”. Margiotta presumibilmente rappresenta il collante tra la politica e questo fitto bosco d’interessi leciti ed illeciti.

Quando il soffitto crolla, il tonfo è fragoroso: anche in Campania arresti tra le fila del PD. Si tratta dell’inchiesta “Global Service” sugli appalti pubblici per la manutenzione delle strade e dell’assegnazione delle mense nel napoletano. Da oggi risultano indagati 2 assessori della giunta Iervolino, Ferdiando Di Mezza (tra l’altro presidente di Legambiente campana) e Felice Laudadio (noto avvocato, nonché docente di diritto amministrativo). Dall’epicentro del terremoto giudiziario le scosse si sono dilatate per colpire nomi di primissimo piano della vita politica partenopea: il nome più eccellente è quello di Giuseppe Gambale (pensate eletto per la prima volta nel 1992 con la lista di Leoluca Orlando, La Rete), che durante il governo presieduto da Giuliano Amato fu un componente della Commissione Antimafia.

Presso il civico consesso del capoluogo della Campania ricoprì il ruolo di Assessore all’educazione, alla trasparenza e alla legalità. Altro nome “di lusso” quello di Enrico Cardillo, anche segretario regionale della UIL. A questi, a quanto fanno trasparire le prime notizie, si sarebbe aggiunto Giorgio Nunes, morto suicida.

A Montecitorio ci sono anche dei risvolti in conseguenza a questa indagine: Renzo Lusetti (PD) e Italo Bocchino (PDL), per i quali è stata richiesta l’autorizzazione a procedere per l’utilizzo delle intercettazioni vista lo loro influente vicinanza, al limite dell’associazione a delinquere, con l’imprenditore napoletano Alfredo Romeo.

Ecco servito il pastone natalizio: le notizie non hanno alcun legame fra loro se non alcune caratteristiche. Gli arresti, il PD, centro Italia, tangenti. Sillogismo della notizia, dunque. Ho fatto pure del metagiornalismo, per la felicità dei docenti di tale materia.

Dopo queste pinzillacchere, concludo.

Nel cuore del Bel Paese batte una nuova passione: mazzettopoli. E non è un gioco da collocare sotto l’albero.


Le mie interviste: Benny Calasanzio

settembre 11, 2008

Reggio Calabria – La blogsfera è un mondo a sé stante. Me ne sono accorto da cittadino di questo cyberspazio e mi sono imbattuto in piccoli personaggi, giganti di quest’altra dimensione.
Leggo spesso di Anti – mafia, di “ammazzatecitutti“, beh io da darvi un nome ce l’ho , è quello di Benny Calasanzio.

Nato ad Agrigento, vive in Toscana, dove è un giovane giornalista per il Corriere Fiorentino. Pochi giorni fa è uscito il suo primo libro “I Disonorevoli Nostrani“, che traccia un bilancio sull’Assemblea Regionale siciliana. Da quì la mia volontà di porgergli alcune domande, subito rinfrancata dalla sua disponibilità.

La prima domanda è d’obbligo dopo aver letto una sua lettera a Piero Ricca parla di un nuovo modo di ripensare la mafia: “..la mia personale lotta alla mafia nasce da un concetto diverso e più “politico”. Io credo che finchè la mafia sarà tutelata e rappresentata nelle istituzioni, l’antimafia sarà una lotta contro l’infinito, contro l’eternamente rigenerabile.” Allora, lo stato, ad oggi, di salute dell’Antimafia?

«Quale Antimafia? Purtroppo oggi in Italia esistono due grosse scuole di pensiero – risponde Benny – riguardo la lotta alle criminalità organizzate. Una parte è politically correct, è soft, si limita ad attaccare Cosa Nostra e affini ma quando si tratta di fare i nomi di chi collude, quando si tratta di denunciare i politici di cui è accertato il grado di criminalità, si astengono, entrano in un assordante silenzio che risulta davvero imbarazzante. Con questo modo di fare rovinano l’altro 99% del loro operato in campo di confisca e gestione dei beni mafiosi. Il riferimento, per chi non l’avesse capito, è Libera.

Poi ci sono, come li definisco io, i brutti sporchi e cattivi, di cui faccio parte. Siamo quelli che si indignano, quelli che protestano, quelli che non tollerano le collusioni soprattutto se politiche. Siamo quelli che ci mettiamo sempre e comunque la faccia. Per questo siamo e saremo sempre borderline: non ci invitano alle commemorazioni o alle celebrazioni ufficiali perchè possiamo farla sempre fuori dal vaso. Questa categoria annovera, tra gli altri, Sonia Alfano e Salvatore Borsellino. Riguardo alla lotta dello Stato contro la mafia, semplicemente non esiste un qualcusa di pianificato e studiato. Ci sono grandissimi magistrati e grandissimi investigatori a fronte di un piccolo Stato ».

Mi permetto di fare una costatazione personale a lato: vivo in Calabria, dove dopo l’uccisione di Franco Fortugno, comunque c’è stato un risveglio generalizzato del senso comune di opporsi alla mafia. Purtroppo ci “siamo” concentrati più sulla piazza, sui manifesti e poco sugli atti concreti. Poche denuncie e chi lo fa (ovviamente con le debite eccezioni) è mosso da ferventi ideali ideologici, che non permette loro di vedere con imparzialità quella divonestia diffusa in tutti gli schieramenti politici. Dunque la Calabria vive uno stallo ideologico non indifferente, nonostante gli arresti a nastro che si stanno effettuando. Anzi la sicurezza percepita è molto più bassa di quella reale.

Le istituzioni civili “pulite”, parlo della scuola, delle parrocchie, del libero associazionismo di qualsiasi stampo (tranne ovviamente quello a delinquere) non dovrebbero esporsi di più in un modus operandi diverso nell’educazione all’altro, nell’attenzione alle difficoltà di un territorio che non sono generalmente “mafia”, ma figlie di questa?

« E’ quello che dicevo pocanzi. La gente ha bisogno di vedere che non abbiamo paura di metterci contro anche, se serve, ai grandi uomini politici pur di recriminare la pulizia delle istituzioni per cui molti dei nostri padri sono morti. Se vedono che per beccare ingenti finanziamenti si rinuncia a denunciare, ad urlare, allora come possiamo chiedere al resto dei “civili” di denunciare? »

E’ coerente Benny, ma è sprezzante di questo suo coraggio di indicare la strada giusta da seguire. Giornalista cocciuto e creativo non ha paura di trattare casi scottanti. Gli faccio un nome: Bruno Contrada.

« Purtroppo o per fortuna la storia di Contrada non è accomunabile a nessun altro caso. Lui, da numero 3 del Sisde, da collaboratore di Boris Giuliano e del pool antimafia, aveva rapporti organici e continuati con Cosa Nostra e grandi amicizie con il boss Bontate, che poi fece la fine che meritava. Quello che è importante oggi è ricordare che Contrada, che oggi viene difeso addirittura da comitati e da medici che si vantano di avergli baciato le mani, è stato condannato in tre gradi di giudizio e per lui è stato dimostrato, agevolmente, il grado di collusione.

Un’altra balla è che sia stato condannato esclusivamente per le dichiarazioni di pentiti che avevano il dente avvelenato. Basta leggere gli atti del processo per accorgersi della gravità di alcuni fatti, come l’appartamento che per lui affittava bonatate, o per le macchine che riceveva in regalo, o per il tenore di vita che conduceva ».

Un libro, tanti “caratteri”.

« Si, è il mio primo lavoro organico di raccolta e pubblicazione di dossier sui diversamente onesti del parlamento siciliano. Mi è costato tanto lavoro e aspetto che qualche editore mi faccia la grazia di pubblicarlo. Nel frattempo si può acquistare tramite internet http://www.ilmiolibro.it/libro.asp?id=48709, come un vero e proprio libro, anche di ottima qualità devo dire. Se il libro avrà un discreto successo sicuramente qualcuno spenderà dei soldi per pubblicarlo. Un personaggio a cui mi sono affezionato è un deputato di Rosolini, in provincia di Siracusa, che con la terza media è diventato ras nella sua zona. Peccato che il dottor Gennuso “sia soprattutto un pregiudicato per una serie incredibile di reati: gente al 41 bis è stata meno processata. Trasporti abusivi, omessi versamenti delle ritenute previdenziali, detenzione abusiva d’armi, lesioni personali, ingiuria e furto. Perché quest’uomo anziché essere in un centro di recupero si trova in Parlamento? Per non parlare di Francesco Musotto, ex presidente della provincia di Palermo che mentre la provincia era parte civile nel processo per la strage di via capaci, lui da avvocato difendeva Sbeglia, l’uomo che aveva fornito il telecomando».

La Calabria pare essere un moribondo prossimo al declino. Lontano anni – luce dalla Sicilia e la sua “nuova” consapevolezza frutto dei morti ammazzati, quì quei pochi magistrati seri o vengono trasferito o gli tappano la bocca. Quanti morti illustri ci vorranno per risollevarci?

« Il problema è che non è solo la Calabria in declino, sia economico che etico. Vogliamo parlare dell’Abbruzzo, dove quel santo di Del Turco (ex presidente della Commissione Antimafia, è bene ricordarlo) pare essersi intascato svariati milioni di euro di tangenti? O della Basilicata, in cui Toghe Lucane sta portando a galla un comitato d’affari di medici, magistrati e avvocati che sarebbe meglio chiamare consorteria criminale.

O della Sicilia? Ho conosciuto il dottor De Magistris, e a darmi forza è stata la sua tranquillità. Io cercavo parole per fargli comprendere la mia vicinanza e invece lui tranquillizzava me. Dobbiamo convincerci che per uscire dal baratro non serve diventare eroi. Basta che ognuno faccia onestamente il proprio lavoro.

Servono buoni muratori, buoni carpentieri, buoni avvocati e buoni studenti. Basta iniziare per bene ognuno il suo».

Federico Minniti