Non vita, altro che dolce morte

novembre 14, 2008
il padre di Eluana Englaro ha vinto la sua battaglia (foto Internet)

il padre di Eluana Englaro ha vinto la sua battaglia (foto Internet)

Eluana Englaro e l’Hospice di Via delle Stelle. Un pò stridono se messi accanto, non collimano. Per niente complementari. Eppure sono le due facce della stessa medaglia, le chiamano in gergo malattie terminali. Il cui termine è la morte.

Strano a dirsi, dopo un epoca che ha rincorso la perfezione scientifica fino all’esasperazione che si possa ancora parlare di cure palliative. Ieri un giudice è entrato di diritto nella storia, ogni giorno molti sofferenti entrano di diritto nel ricordo dei loro cari. Questioni di punti di vista.

Il caso di Eluana Englaro è arcinoto, ultrarisaputo. Fin troppo, tanto che questa sentenza pare essere d’eco al frastuono che la vicenda ha comportato. Vivere o morire. Il dilemma non è complesso per come sembra: perchè la vita è vita, anche se attaccata ad una macchina e chi decide di staccarla è un’omicida.

Sarà pure un killer straziato dal dolore di una figlia la cui esistenza era terribilmente compromessa per via della sua precaria condizione di vita, ma sarà sempre un uomo che uccide, non con una pistola, ma con la legge. Opinione del tutto personale, quindi per ciò opinabile e contestabile.

La giurispudenza italiana si avvale adesso di nuovi termini beceri del buon (non) senso: dolce morte, è uno di questi. Personalmente credo che il testamento biologico sia l’atto di transizione più opportuno per questi casi. Ma che sia il malato a scegliere, non un caro (o presunto tale).

Il papà di Eluana Englaro ha lottato ed ha vinto, sorte che non sorride allo stesso modo ai degenti dell’Hospice di Reggio Calabria, sito a San Sperato frazione a nord della zona Sant’Agata. Un luogo triste, malinconico, quasi paradossale. Forse un’anticamera del Paradiso, chi lo sa. I volontari lavorano fianco a fianco con chi è “condannato” a morire e non dolcemente.

Perché la morte non è dolce, al limite può essere accetta. Via delle Stelle, oggi campeggia anche in una pagina interna del Messaggero di Sant’Antonio, dove Franco Calabrò dipinge un quadro raffigurante la punta dello Stivale e come fiore all’occhiello ci vede proprio questo luogo del non vita, ma della sopravvivenza.

Una vita o una morte in più, sostanzialmente la scelta è tutta quì.

FedMin

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