Il Rosso e il Nero

gennaio 30, 2009
Copertina del giornale "Bella Ciao" (fonte Internet)

Copertina del giornale "Bella Ciao" (fonte Internet)

No, non mi sono dato alla letteratura.

Semplicemente osservo che due casi speculari in Italia ci rigettano nell’antica dicotomia politica che pareva esser finita in cantina. Invece quì c’è l’errore: altro che ideologie finite, altro che morte degli “ismi“. Il nostro Paese è covo fecondo di questi eversivi, che pilotano un messaggio politico purché diventi excusatio per la violenza, alla facca di Sorel e del suo credo.

Il Rosso.

Diciamoci la verità: i centri sociali sono i figli minori delle Br. Mio Dio, facciamo le debite distinzioni. Però chi di voi è entrato in questi luoghi sa che crescono (in questo momento il suono grow inglese mi rende familiare ciò che voglio dire) delle perversioni sociali e politiche al limite col paradossale. Sono gli stessi che adesso abbraccerebbero con calore Cesare Battisti. Avrà ragione Domenico Malara quando nel suo blog si interroga se il brigatista sia vittima di un inciucio di Stato?

La cosa che non mi spiego è perché il suddetto Battisti continui ad essere rinominato con l’etichetta “ex terrorista”. Ma perché esiste un prima o un dopo? Un pentimento? Il Cesare carioca continua a negare tutto, continua a dire che lui è vittima del sistema. Ma allora perché “ex”? Ma se così convinto di ciò di cui parla, perché penalmente non torna in Italia a farsi giudicare? Mi pare tanto si tratti dello stesso caso di Giovanni Strangio (vi raccomando un accortezza, del link leggete i commenti, sono gustosi!!), si professa innocente ma fugge dalla giustizia.

Il Nero.

Amo la semplicità, quindi la scelta dei colori che mi danno molto l’aria schematica del Così o Cosà, non devono offendere nessuno. Non voglio apparire populista e demagogico, lungi da me.

afp_13946864_285502Arriviamo al dunque: un’indagine svolta sul territorio italiano dimostra che quasi il 12% della cittadinanza prova un sentimento antisemita. Non voglio fare catastrofismo, però l’aria puzza e bisogna avvertirla questa sensazione: le crociate della Lega (che considero uno dei “partiti” più veri d’Italia, politicamente e non partiticamente parlando), ma anche tanti altre vicende di cronaca nera hanno indirizzato l’opinione pubblica a credere che il nemico sia lo straniero, il diverso.

Non sto quì a scrivere di proselitismo della multietnia, ma so bene che spesso il punto di vista sfoca se da lente di ingrandimento fanno solo gli atti di negatività. Mi spiego: siamo d’accordo che molti extracomunitari giungono in Italia belli e impacchettati per delinquere. Molto dipende dal sostrato che incontrano.

Chi vive a Reggio non può che sperare in una chiusura delle frontiere: quì l’unico desiderio è quello di sfruttare questi individui in preda alla disperazione (ma anche alla loro mente criminale). Apriamo gli occhi: è quello che è successo ai meridionali italiani in America, è quello che storicamente è successo coi Rom in Italia. Che i rumeni vivano in Italia una sorta di pax giuridica (il nostro ordinamento è una pacchia in confronto al loro) ne siamo tutti consapevoli e perciò richiediamo a gran voce più durezza nelle pene.

Però molta dell’industria manifatturiera italiana, per intenderci andate a Rosarno e vedete presso molte “fabbriche” chi ci lavora, va avanti solo grazie agli immigrati, spesso clandestini, spesso sottopagati, ma il più delle volte persone civili e per bene. Pigiare sul pedale dell’intolleranza è sbagliato. L’Italia è degli Italiani, ma ricordiamo che gli Italiani sono nel Mondo.

Bisogna diffondere la cultura della tolleranza, anche a sembrare scontati e fuoriluogo. Mi pare che il tempo delle “crociate” sia scaduto, perché impelagarci negli urli antisemiti ancora?

Dicotomico? Sì, grazie. Perchè politica = amministrazione della cosa pubblica. Non complichiamoci la vita.

Mi è sembrato carino chiudere questo pezzo molto “colorato”, con la nota di “costume” apparso ieri proprio durante il Chiambretti Night. Milingo’s wife show!

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Lettera aperta a Antonino Di Pietro

gennaio 28, 2009

Decoro, parola assai lontana.

Non vi spaventate. Non mi sono presa la malsana e lugubre idea di essere io il promulgatore del pensiero nazional popolare, le mie lettere aperte quivi son fatte proprio nell’attimo in cui sto per perdere le staffe, dunque mi appello al buon senso. Prima di addentrarmi quindi nella mia nota pubblica, sottolineo come anch’io  sono stato polemico nei confronti del Capo dello Stato (https://federicominniti.wordpress.com/2009/01/16/lettera-aperta-a-giorgio-napolitano/) nei giorni della sua visita a Reggio Calabria, perché credo che la Sua figura debba essere più solerte in talune circostanze. Un abisso, le mie puerili accuse dinnanzi alla calunniosa arringa mossa dal leader dell’Idv.

Scrivo.

Antonino Di Pietro, leader dell'IDV (Foto Internet)

Antonino Di Pietro, leader dell'IDV (Foto Internet)

Egregio Onorevole della Repubblica Italiana Antonino Di Pietro,

questa volta l’ha combinata davvero grossa! Per bacco, non andiamoci giù per il sottile con le sdolcinerie formali del caso. Lei ha preso una bufala: ma al posto di cercare di arrampicarsi sugli specchi rotti dalle sue urla perché non chiede scusa al Popolo Italiano? Sì, non a Giorgio Napolitano. Ma all’intero Popolo che Le permette di vivere una vita piena di comfort e fior di quattrini nella saccoccie sue e del suo movimento poi Partito, mo’ soviet.

Io, per forma mentis, apprezzo tutti coloro che s’impegnano, i cosiddetti uomini di buona volontà. Voglio darLe sinceramente anche il beneplacito di appartenere a questa categoria (anche se le ultime inchieste hanno svelato la conduzione familiare del suo partito, bella meritocrazia, bella politica), però Lei Antonino Di Pietro si dovrebbe ricordare che quando apre bocca lo fa a nome dei suoi elettori e poco importa se si tratta di una democrazia da “rozza materia” (citaz. Noberto Bobbio), Lei è un Deputato della Repubblica Italiana se lo ricorda?

Se lo ricorda quando spara a zero su tutti, dando dei collusi a chiunque non sia nel cerchio dei suoi fedeli compagni di merende? Antonino Di Pietro, Lei sta commettendo l’errore più anacronistico della politica: Lei non è più magistrato, ma insomma ancora non ha letto un manuale di teoria politica (basti rintracciare il fondamentale Hobbes) in cui rintracci questo semplice ma essenziale sintagma?

Arriviamo al fatto “incriminato” (La prego non inizi con le sue elucubrazione sui figli e figliocci di Mani Pulite!): dare del “mafioso” (e ne Lei, ne i suoi amici di brigata, voglia divincolarsi da tale affermazione poiché il silenzio da mafioso chiamasi omertà, caratteristica di un uomo mafioso o affine ad esso) al Presidente della Repubblica e sputare nell’occhio a tutti noi italiani.

“Ciangiu cu n’occhiu”. La saggezza popolare viene in mio soccorso, ma non in Suo. Anzi: per troppo anni la nostra Repubblica è stata garantista dei loschi sistemi delinquenti, sotto il manto del perbenismo di massa si è nascosta l’invertebrata massa di ladri che il nostro Paese coglie in seno. Per grazia di Dio, ma anche degli uomini siamo tutti a conoscienza di questo lato B del nostro Stato, quello più famoso oramai. Le negatività.

Ma caro Di Pietro, il suddetto mafioso Giorgio Napolitano rappresenta l’altra metà del cielo, quel side A di brava gente, di lavoratori onesti, di persone con la schiena dritta che sono italiani. Giorgio Napolitano è custode della Costituzione, unico appiglio che ci unisce ancor oggi alla nostra storia e ai nostri padri, principi democratici.

Antonì Di Pietro questa volta hai sbagliato, vedrai come nemmeno il tuo amicone Travaglio ti difenderà, menchemeno Santoro o Grillo: i paladini dell’antiberlusconismo, non sono i paladini dell’anti – repubblica.

Ha fatto una pessima figura dinnanzi al mondo, una figura da ultras scatenato e un pò fumato. Non Le resta che chiedere scusa, magari avesse il “rossore” di dimettersi. Ma i soldi fanno la felicità e pure la faccia tosta. Tutto questo con il suo ruolo da Deputato della Repubblica italiana, che c’azzecca?

Il mio più sincero augurio di buon lavoro per il proseguio delle sue attività politiche.

Cordialmente,

Federico Minniti


Lettera aperta a Giorgio Napolitano

gennaio 16, 2009

Torno a parlare.

Annunciato, promesso, quel che volete: per me ciò che conta è che torno a parlare. Oggi 16 gennaio 2009, oggi nel giorno di Giorgio Napolitano a Reggio Calabria. Eppure sono rinchiuso nelle mie mura domestiche a svolgere fedele il mio compitino di studente alle prese con Dottrine Politiche e alcuni comunicati stampa da inviare di basso rilievo. Chiedo venia. Avrei potuto, in qualche modo, essere ad un palmo di naso dal Presidente. Minimamente inseguendo la carovana presidenziale, parimenti intrufolandomi, con mezzi leciti e non, a qualche sua apparizione nella città dello Stretto. Ho scelto di non farlo, però qualche parolina la vorrei dire al caro Giorgione nazionale (mi si perdoni l’eufemismo): perciò ho deciso di scrivere una lettera aperta e di pubblicarla sul mio blog.

il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, oggi in visita a Reggio Calabria (foto tratta liberatamente da Internet)

il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, oggi in visita a Reggio Calabria (foto tratta liberatamente da Internet)

Egregio Presidente Giorgio Napolitano,

tagliamo sin da subito la testa al toro: al diavolo i formalismi. Le premetto che parlerò chiaro, altrimenti avrei difficoltà a capirmi io stesso. Lei oggi ha “omaggiato” la nostra città della Sua insigne presenza, di questo non possiamo che prenderne coscienza e ringraziarLa vivamente.

Mi permetto di dirLe una cosa del tutto personale, stamane leggevo “[…] gli uomini sono nati liberi, e dovunque si ritrovano in catene… […]” che Jean-Jacques Rousseau non le mandasse a dire è noto. Lei è da ieri sera sul suolo reggino, eppure mi ha già riservato la prima piccola delusione, me la passi. Lei è il Presidente della Repubblica italiana, perciò rappresenta il punto più alto della sovranità popolare della nostra, bistrattata, Nazione. Lei è un pò il “papà” di tutti i “cittadini” italiani. Ecco dicono di Lei che sia un uomo colto, ma di natura verace. A vedere i suoi primi anni da Prima carica dello Stato, mi sa che la coltre polverosa del Quirinale ha indebolito le Sue forze, non è il primo. Non sarà l’ultimo.

Di ultimo forse avrà un nonsoché. Dicono che sarà l’ultimo dei Presidenti ex Pdci, proprio Lei che nel corso della Sua carriera politica, ha snaturato questa stessa essenza da “ex” comunista. Ma sorvoliamo. Avrei preferito vederla stamane in piazza Duomo, come si faceva un tempo, sul palchetto d’onore, con affianco il sindaco più amato d’Italia, Peppe (così è conosciuto, non voglio essere irriverente) Scopelliti, il presidente della Provincia Pinone Morabito e il governatore della Regione, Agazio Loiero. Oltre ovviamente al Questore, Sante Giuffrè, il superprocuratore Pignatone e il suo rappresentante massimo, il prefetto Musolino. Li avrei voluti vedere tutti accanto a Lei e farvi una bella foto. Poi mentre vi stringevate la mano, come d’etichetta. Uno ad uno.

Presidente Napolitano, il popolo reggino (ma calabrese più in generale) è stanco di sentirsi ancora dire che siamo figli di una rivoluzione fascista (su questo argomento tornerò più avanti), ma vorrebbe da Lei un segnale chiaro verso, ad esempio, questa Regione Calabria che trasuda inquisiti da ogniddove: è possibile che Lei, egregio Presidente, non possa guardare negli occhi il buon vecchio Agazio, che con Lei è stato pure compagno di maggioranza, e dirgli: Ma quanto ancora dobbiamo colare a picco!?

Presidente quanto ancora dovremmo aspettare una legge che impedisca a “persone” passate in giudicato come affiliati e/o conniventi alla ‘ndrangheta di sedere nei posti di potere? É forse un’utopia chiedere che chiunque venga coinvolto in indagini venga temporaneamente sospeso da ogni carica che riveste fin quando il processo non sia terminato? Com’è ovvio, per via della meritocrazia democratica, se questi risultasse completamente estraneo, una volta passati tutti i gradi di giudizio che il nostro ordinamento prevede, dev’essere re – integrato nonché rimborsato del danno economico e d’immagine subito? Oppure tutti devono essere trattati da Alta Carica dello Stato? Ci lamentiamo tutti del Lodo Alfano, ma la realtà “piccola” non è poi così differente, dai Berlusconi e via dicendo.

Presidente, Lei oggi è a Reggio Calabria. Ieri un tribunale della città ha assolto il boss della cosca Labate, “timangiu” (ti mangio), che quindi vede vicina la via della libertà. Una persona acclaratamente definita mafiosa, perdipiù boss e reggente di una cosca. Sono il primo a dire che per rilanciare Reggio bisogna promuovere la sua immagine positiva, come il nostro Primo Cittadino ci indica di fare. Presidente, quando Salvatore Boemi (che Lei dovrebbe conoscere) dice che a Reggio la città non collabora, le pare una “ripartenza” questa?

Ma allora ‘ndrangheta a parte va tutto bene? Beh diremmo di sì. Presidente Lei arriva in quel di Reggio, anche per innaugurare il nuovo centro della Piccola Opera, creatura di Don Italo Calabrò. Giorgio Napolitano, la povertà esiste ed è più evidente di quanto si cerchi di celarla. Bambini, disadattati, disagiati. Lo sà che la Provincia reggina, certo che lo sa, è tra i primi posti in rapporto cittadinanza e violenze subite dalle donne nei locali domestici. 1 su 10 subisce violenza e non denuncia. 1 su 10.

Lei ha visitato anche l’Università Mediterranea. La Calabria compare ai primi posti come ragazzi che intendono proseguire lo studio: quanti di questi si iscrovono solo perché non hanno altre alternative? Quanti di loro pochi anni dopo sono costretti a rivolgersi al “compare” di turno per ottenere uno stipendio?

E il lavoro in nero? Pare essere scomparso di botto questo problema. La disoccupazione e le morti bianche, dalle nostre parti si combattono con il compromesso. E gli extracomunitari? Arrivano senza nome e cognome, ma sanno già a chi rivolgersi e cosa fare. Con le debite eccezioni, certo.

Povertà figlie e figliastri di uno Stato che oscilla dall’iper presenza alla latitanza. A quanti commercianti ha stretto la mano Presidente Napolitano?

Concludo dicendo: ha visto i famosi manifesti “Caro estorsore, buon 2009!”. Li hanno chiamati i germi della rinascita, portano la firma di Azione Giovani. Quegli stessi giovani che quasi 40 anni fa furono etichettati fascisti. Gli stessi. Chi l’ha detto che l’Antimafia è di sinistra, come tutto il mondo vuole farlo apparire Un pò come quando si sostiene che tutto l’antifascismo fossero i comunisti. Ma in questo forse tocco qualcosa di troppo personale.

Sono fiero che Lei è nella mia città, davvero. Spero ci ritorni presto.

I miei più cari saluti,
Federico Minniti

Moschee fuori – legge: in bilico tra santi e falsi dei

dicembre 3, 2008
L'integrazione è un tabù? (foto Internet)

L'integrazione è un tabù? (foto Internet)

E fu così che Maometto dovette cedere dinnanzi alla montagna, piemontese. Si chiama Roberto Cota ed è della Lega Nord, mica uno qualsiasi: è il presidente dei deputati del partito di Umberto Bossi.

L’avv. Cota ne ha fatta di strada: da Novara a Palazzo Chigi, oggi in sella ad una fuoriserie di governo che non pare trovare “pietre d’inciampo” nelle sue iniziative parlamentari. Se Ilaria D’Amico “dall’alto” della sua civica responsabilità sta mettendo alle strette il Cavaliere, la Lega va dritta per la sua strada.

Avevan promesso ordine e “pulizia” (oltre che il tanto acclamato federalismo) e così han deciso di chiudere le moschee. Negare un luogo sacro ad una religione per punire degli extracomunitari criminali. Un po’ come succede nei paesi dell’Islam dove se indossi un crocefisso ti ritrovi del piombo nello stomaco.

Stesso identico processo: è di oggi la notizia (riportata dai media nazionali) della proposta da parte dei deputati del Carroccio. « Chiediamo una moratoria a tempo indeterminato sulla costruzione di nuove moschee e presunti centri culturali finché il parlamento non approverà una legge che regolamenti l’edificazione di luoghi di culto che non abbiano sottoscritto intese con lo Stato ».

Ora che non ci vengano a dire i sinistri pensatori della politica italiana, “noi ve l’avevamo detto, questi sono peggio dei fascisti”. Eh no, perché quando c’è da criticare tutti sul carro, quando c’è da biasimare su altrettante scandalose “richieste”, come il famoso (già entrato di diritto nella storia del nostro Paese) « via il Crocefisso dalle aule », il dubbio tra l’essere sostenitore e stigmatizzare il fatto c’è stato, bello e grosso.

Siamo alle solite: un giorno tutti chierichetti, al limite del bigottismo, un altro giorno tutti a sparare a zero sulle ricchezze del Papa. Nel mezzo che c’è sta’? La tolleranza, che diciamoci la verità, oscilla con andamento binario da 0 a 1. Altro che integrazione: la Lega, per bontà sua, incarna tutta la cattiva gestione del fenomeno immigrazione.

Le porte aperte cos’hanno portato? Ad una nazione, il cui cumulo storico già grava e mica poco, che ad ogni minima scossa periferica si destabilizza sin dalla sua base.

I parlamentari “che sicuramente lo sanno” stanno attoniti su questa rotonda che gira, gira, gira. Ho riportato nel mio blog, le posizioni di Souad Sbai, islamica che chiede una “regola del buon dialogo tra le diverse etnie”. La speme è lontana dall’abbandonarla, il desio che questo avvenga no.

Impedire di edificare nuove moschee? Una proposta bizzarra che però, a scanso di equivoci e di strumentalizzazioni facili, non deve vederci ancora divisi tra perbenisti e intransigenti: il problema c’è e si vede. Si conta nel numero dei caduti di questa battaglia sottaciuta, a tratti, censurata.

FedMin


Tra razzismo e razzismo

ottobre 8, 2008

A proposito del problema Razzismo e Immigrazione, pubblico un articolo dell’ANSA in merito. Mi scuso con i lettori se copio-incollo l’agenzia, ma oggi l’Impiccione va di fretta.

IMMIGRAZIONE:S.SEDE, NO A RAZZISMO E SI’A NUOVE MOSCHEE/ANSA

di Elisa Pinna

(CITTA’ DEL VATICANO, 8 OTT – Nuovo appello del Papa per l’accoglienza degli immigrati: nel messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato che si celebrera’ il prossimo 18 gennaio 2009, Benedetto XVI ha esortato a farsi carico di quanti, ‘in particolare rifugiati e profughi’, si ‘trovano in condizioni difficili e disagiate’.

Nel presentare il testo pontificio in una conferenza stampa, il cardinale Renato Raffaele Martino ha ammonito l’Occidente che il problema dell’immigrazione non si risolve chiudendo le frontiere: i lavoratori stranieri – ha detto in particolare rivolto ai governi europei – non possono essere visti come ‘invasori’, ma come collaboratori, persone umane con tutti i ‘diritti’, compresi quelli religiosi.

E, a questo proposito, l’esponente della Santa Sede si e’ detto favorevole anche all’apertura di nuove moschee in Europa: ‘e’ giusto che si provveda anche alle esigenze religiose’ degli immigrati, ha sottolineato rispondendo ad una domanda sui musulmani costretti a pregare spesso in luoghi non decenti. ‘La Chiesa – ha aggiunto il porporato – non puo’ fare altro che auspicare che la dignita’ umana delle persone sia rispettata, perche’ o residente, o rifugiato o immigrato tutti abbiamo gli stessi diritti, perche’ tutti apparteniamo alla razza umana. I diritti – ha ammonito – non sono una concessione di nessuna autorita”.

‘Sono oltre duecento milioni le persone che vivono fuori dal loro Paese di origine, spinte anche dalla miseria, dalla fame, dalla violenza, dalle guerre, dalle rivalita’ etniche, ma pure dal desiderio di una vita migliore’, ha spiegato il porporato. Si dirigono verso i paesi ricchi e cio’, ha osservato, ‘spiega perche’ l’immigrazione sia vissuta spesso nei Paesi ospitanti come una sorta di ‘invasione’, con ripercussioni negative su questioni di stabilita’ e sicurezza‘.

Martino, presidente del Pontificio consiglio per i migranti e gli itineranti, ha deplorato ‘questo clima di chiusura’ che ‘rende ancora piu’ triste e amara la vicenda umana di molti immigrati, spingendoli altresi’ a condizioni di irregolarita”. Il fenomeno migratorio – ha avvertito – e’ pero’ ‘inarrestabile’: il problema ‘non si risolvera’ chiudendo le frontiere, ma accogliendo, con giusto regolamento, equilibrato e solidale, i flussi migratori da parte degli Stati’.

Ancora piu’ forti le parole di denuncia del segretario dello stesso Dicastero vaticano, mons. Agostino Marchetto, che ha parlato – sempre in conferenza stampa – di ‘discriminazione, xenofobia e razzismo’ nei confronti dell’immigrazione, dei rifugiati e dei profughi. Marchetto si e’ in particolare concentrato sul problema dei profughi e dei richiedenti asilo, denunciando , ancora una volta, come si abbia ‘l’impressione che da anni i rifugiati vengano trattati senza considerazione delle ragioni che li forzano a fuggire’. ‘Cio’ – ha spiegato – si e’ tradotto anche in tentativi di impedire loro l’ingresso nei Paesi di arrivo e nell’adozione di misure destinate a renderlo piu’ difficoltoso’.


Storie di burqa e di talaq

ottobre 7, 2008

« E’ una sentenza che rischia di portare a derive “islamiste” il sistema giudiziario italiano e questo non si puo’ tollerare. Non in Italia, non in uno stato democratico che garantisce parità di diritto e legge uguale per tutti. Non si può giudicare in base all’etnia ». Parola della deputata azzurra Souad Sbai in merito alla sentenza della Corte d’Appello di Cagliari che ha accolto il ricorso fatto da un cittadino egiziano, di cittadinanza italiana, che nel suo Paese aveva ottenuto il divorzio ripudiando la moglie pronunciando la formula del talaq, legale in Egitto, dove l’ordinamento giuridico e la cultura religiosa, consente questo tipo di separazione.

« E siccome ci sono molte altre storie, piu’ scottanti di questa, sto preparando -annuncia Sbai- una nuova interrogazione su nuovi fatti di cronaca. Bisogna dire basta al relativismo culturale. Sui diritti giuridici non ci sono negoziazioni. Qui ci sono donne che anche in Italia rischiano prevaricazioni, violenze, soprusi. La legge italiana le tutela? I giudici che fanno? Sul fatto di Cagliari aspetto una risposta dal ministro della Giustizia, mi sono rivolta al ministro Alfano, ma mi rivolgera’ anche al ministro per le Pari Opportunita’, Mara Carfagna. Il diritto non e’ negoziabile ».

Andiamo per ordine: cos’è il talaq? “Consiste in una formula da pronuciare 3 volte per ottenere la separazione dal proprio coniuge, poi, dopo un tempo di riflessione di qualche settimana, c’è la conferma della separazione o il ravvedimento”.

C’è da dire che la comunità islamica in Italia, nella persona di Yumus Di Stefano,  ha assunto una posizione critica rispetto alla sentenza di Cagliari: « Dal punto di vista della Coreis l’approccio è di evitare un’impostazione così rigida sulle questioni di questo tipo. Quello che va detto e’ che ci sono leggi italiane e chiunque deve rispettare le leggi del Paese in cui vive, di cui è cittadino ».

« Non c’e’ solo – sottolinea l’esponente del Pdl -la vicenda di Cagliari. C’e’ anche la vicenda di Genova su cui ora i giudici si pronunceranno. In questo caso c’e’ una donna che ha subito violenze e maltrattamenti dal marito marocchino e il tribunale del Marocco ha dato ragione all’uomo ed ha imposto alla donna di tornare dal marito e pagare anche le spese processuali. Questa donna non è mai stata ascoltata in tribunale in Marocco. E ora, per paura della sentenza italiana, è fuggita in Francia. Molti miei connazionali si
chiedono cosa sia successo in Marocco per arrivare ad una sentenza  così. La mia preoccupazione -prosegue Souad Sbai, marocchina di origine ma da 30 anni in Italia e con cittadinanza italiana – è che i magistrati italiani con le loro sentenze aprano fronti di confusione, che si faccia del relativismo sulle questioni legate a persone di altri Paesi, di altre religioni. Se cio’ accade sara’ come un cancro per la società. E’ pericoloso. Ed e’ discriminatorio per queste donne ».
(Fonte: intervista rilasciata a Adn Kronos)

Una questione delicata nel bel mezzo di un periodo di aperto “anti” – dialogo fra le diverse etnie, vedi gli ultimi eventi di cronaca narranti le pesanti azioni ai danni di cittadini di colore, spesso italiani a tutti gli effetti, do you remembrer Abdul? Ve lo ricordo io, ucciso a sprangate perché “nero”.


Galeotto fu il permesso di soggiorno

ottobre 6, 2008

Dante di sicuro non è John Grisham, però il suo verso è evocatore di quanto sto per scrivervi.

Quello che non ti aspetti: se si pensa alla Questura di Reggio Calabria la prima idea che ti balena in mente è “avranno fatto qualche arresto importante”, invece no. Oggi il granitico palazzo sul Corso Garibaldi è stato per un quarantenne il lasciapassare per il suo ritorno in libertà.

L’uomo, di origine indiana, era accusato di violenza sessuale su una minorenne. I fatti risalivano al 1996, quando, viveva in Calabria ma che ogni tanto andava a trovare il fratello a Monsummano Terme (Pistoia).

Riferisce l’ANSA, che l’uomo venne denunciato dopo che una bambina, all’epoca otto anni, disse di essere stata palpeggiata. L’indiano si e’ sempre proclamato innocente, sostenendo che, il giorno della presunta molestia, il 30 maggio del 1996, si trovava in questura per avere il suo permesso di soggiorno.

Ma il documento che l’attestava non era disponibile, visto che l’ufficio stranieri della questura calabrese ha mandato al macero i documenti antecedenti al 2003.

Alla fine l’indiano insieme al suo avvocato Antonio Mazzeo ha recuperato il documento, oggi è stato assolto dal Tribunale di Pistoia dall’infame accusa ed è finalmente un uomo libero.

Galeotto fu, dunque, il permesso di soggiorno che fece emergere l’inaspettata verità.