Storie di burqa e di talaq

ottobre 7, 2008

« E’ una sentenza che rischia di portare a derive “islamiste” il sistema giudiziario italiano e questo non si puo’ tollerare. Non in Italia, non in uno stato democratico che garantisce parità di diritto e legge uguale per tutti. Non si può giudicare in base all’etnia ». Parola della deputata azzurra Souad Sbai in merito alla sentenza della Corte d’Appello di Cagliari che ha accolto il ricorso fatto da un cittadino egiziano, di cittadinanza italiana, che nel suo Paese aveva ottenuto il divorzio ripudiando la moglie pronunciando la formula del talaq, legale in Egitto, dove l’ordinamento giuridico e la cultura religiosa, consente questo tipo di separazione.

« E siccome ci sono molte altre storie, piu’ scottanti di questa, sto preparando -annuncia Sbai- una nuova interrogazione su nuovi fatti di cronaca. Bisogna dire basta al relativismo culturale. Sui diritti giuridici non ci sono negoziazioni. Qui ci sono donne che anche in Italia rischiano prevaricazioni, violenze, soprusi. La legge italiana le tutela? I giudici che fanno? Sul fatto di Cagliari aspetto una risposta dal ministro della Giustizia, mi sono rivolta al ministro Alfano, ma mi rivolgera’ anche al ministro per le Pari Opportunita’, Mara Carfagna. Il diritto non e’ negoziabile ».

Andiamo per ordine: cos’è il talaq? “Consiste in una formula da pronuciare 3 volte per ottenere la separazione dal proprio coniuge, poi, dopo un tempo di riflessione di qualche settimana, c’è la conferma della separazione o il ravvedimento”.

C’è da dire che la comunità islamica in Italia, nella persona di Yumus Di Stefano,  ha assunto una posizione critica rispetto alla sentenza di Cagliari: « Dal punto di vista della Coreis l’approccio è di evitare un’impostazione così rigida sulle questioni di questo tipo. Quello che va detto e’ che ci sono leggi italiane e chiunque deve rispettare le leggi del Paese in cui vive, di cui è cittadino ».

« Non c’e’ solo – sottolinea l’esponente del Pdl -la vicenda di Cagliari. C’e’ anche la vicenda di Genova su cui ora i giudici si pronunceranno. In questo caso c’e’ una donna che ha subito violenze e maltrattamenti dal marito marocchino e il tribunale del Marocco ha dato ragione all’uomo ed ha imposto alla donna di tornare dal marito e pagare anche le spese processuali. Questa donna non è mai stata ascoltata in tribunale in Marocco. E ora, per paura della sentenza italiana, è fuggita in Francia. Molti miei connazionali si
chiedono cosa sia successo in Marocco per arrivare ad una sentenza  così. La mia preoccupazione -prosegue Souad Sbai, marocchina di origine ma da 30 anni in Italia e con cittadinanza italiana – è che i magistrati italiani con le loro sentenze aprano fronti di confusione, che si faccia del relativismo sulle questioni legate a persone di altri Paesi, di altre religioni. Se cio’ accade sara’ come un cancro per la società. E’ pericoloso. Ed e’ discriminatorio per queste donne ».
(Fonte: intervista rilasciata a Adn Kronos)

Una questione delicata nel bel mezzo di un periodo di aperto “anti” – dialogo fra le diverse etnie, vedi gli ultimi eventi di cronaca narranti le pesanti azioni ai danni di cittadini di colore, spesso italiani a tutti gli effetti, do you remembrer Abdul? Ve lo ricordo io, ucciso a sprangate perché “nero”.


Rai: tocca a Leoluca Orlando

settembre 18, 2008

La poltrona della presidenza della commissione parlamentare di vigilanza della Rai pare, in quest’ultime ore, essere accaparrata ad appannaggio di Leoluca Orlando, Idv. Ne da notizia Paolo Genitiloni (Pd), ma niente di scontato. ”Se ne parlera’ la prossima settimana – dichiara l’ex ministro – ma sento voci secondo le quali la situazione dovrebbe sbloccarsi“.

Leoluca Orlando, ex sindaco di Palermo, dalla dubbia natura politica, vanta nella sua lunga carriera da amministratore diversi anni come primo cittadino del capoluogo siculo, ma anche tante debacle elettorali. Salito alla ribalta dei media grazie a La Rete – Movimento per la democrazia, dopo il fallimento di questa, oscilla tra i partiti del centro – sinistra italiano. La poltrona prima di tutto, ora la possiede grazie al partito di Antonino Di Pietro.

Pluripremiato per il suo impegno contro la mafia è secondo Lino Jannuzzi (che lo definisce uno degli “artefici del linciaggio”) uno dei accusatori più vivaci di Giovanni Falcone. Tratto che lo accumuna ad un altro palermitano illustre, tale Totò Cuffaro. L’ex Dc infatti accusò il giudice “di tenere nascoste nei cassetti le carte sugli omicidi eccellenti di mafia e le prove delle collusioni di politici con Cosa nostra. L’accusa culminò in un esposto presentato al CSM dallo stesso Orlando l’11 settembre 1991, che costrinse Falcone a doversi difendere davanti all’organo supremo della magistratura italiana“.

Leoluca Orlando, nonostante per l’appunto sia considerato un paladino dell’Antimafia, nonché facente parte del Partito dei Puritani per eccellezza, ha alle sue spalle altre vicende giudiziarie, non del tutto secondarie. Infatti, nel 1995 ricevette un avviso di garanzia dalla Procura di Palermo “per l’appalto concesso alla Sispi, una società mista tra il Comune, l’Iri e la Finsiel, finanziaria del gruppo Iri, per l’informatizzazione dei servizi comunali”. L’inchiesta fu poi archiviata.

Indagato nel 1996 “per corruzione aggravata durante l’esercizio delle sue funzioni di Sindaco di Palermo“. Il suo nome lo fa il pentito Tullio Cannella che “fornisce uno scenario inquietante affermando che nel 1986 il Comune di Palermo, dopo una tangente di 200 milioni di lire, acquistò degli appartamenti di un certo Giuseppe Bonanno, un prestanome di Gaspare Finocchio (imprenditore) che era invece in odore di mafia. Destinatari della tangente, secondo il pentito erano il Sindaco Leoluca Orlando e l’assessore Vincenzo Inzerillo, che all’epoca dei fatti era in carcere da 16 mesi per mafia“. Orlando, ovviamente, nega ogni responsabilità.

Dicevamo Totò Cuffaro, sì è proprio con lui che Leoluca Orlando affronta una delle sue ultime battaglie elettorale in Sicilia, alle Regionali nel giugno 2001. Uscì sconfitto anche alle comunali del 2006, contro Cammarata, dove però gridò allo scandalo per brogli elettorali. Stile berlusconiano.
Il curriculum lo favorirebbe, ma lui è un deputato ad oggi per l’Italia dei Valori. Un vero e proprio atto di coerenza.

C’è chi dice che pronuciare Leoluca Orlando è un pò come pronunciare il nome “Palermo”, per le sue alte capacità organizzative – amministrative. Sta di fatto che, solo, nel 2005, l’ex Sindaco ricevette l’ultima sonora condanna: diffamazione.

La Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna dell’ex sindaco di Palermo Leoluca Orlando (più volte ospite a Caserta, in passato, nel corso di convention politiche) al pagamento di una pena pecuniaria di 900 euro e delle spese processuali per l’ accusa di diffamazione aggravata nei confronti dei consiglieri comunali di Sciacca in carica nel 1999. Orlando era stato querelato sei anni fa da 21 consiglieri comunali di Sciacca ai quali, con la sentenza della Cassazione, Orlando dovrà anche pagare una provvisionale di circa 2000 euro ciascuno. I fatti risalgono al 1999, quando l’allora sindaco di Sciacca Ignazio Messina, politicamente vicino ad Orlando, fu sfiduciato dal consiglio comunale e decadde dalla carica. Secondo i magistrati, durante un comizio in piazza, tenutosi successivamente alla mozione di sfiducia a Messina, Orlando avrebbe offeso l’onore e la reputazione dei 21 consiglieri sfiducianti, accusandoli apertamente di intrattenere rapporti con appartenenti alle cosche mafiose e di avere adottato le proprie risoluzioni politiche contro l’allora sindaco di Sciacca al solo fine di favorire interessi economici della criminalità organizzata“.

La carovana della politica ora lo insedia, quasi, alla presidenza della commissione di vigilanza parlamentare della Rai. Si attendono futuri risvolti.