E Loiero denunciò Di Pietro

gennaio 29, 2009

este_25113656_37080 Non dev’essere proprio un gran periodo per Antonino Di Pietro: il leader dell’Italia dei Valori è in balia ad una serie infinita di note sul registro, roba da bocciattura.

Ma, e vado in soccorso del malcapitato, se anche coloro i quali sono i resposabili dell’Amministrazione locale calabrese si prendono il lusso di denunciarlo, beh qualcosa mi puzza sotto il naso. Signori e signori eccovi la teca di agenzia:

La Giunta regionale della Calabria ha deciso di inviare le dichiarazioni dell’on. Antonio Di Pietro, secondo cui “9 miliardi di finanziamenti europei scompaiono nel nulla ogni anno in Calabria”, al dirigente dell’Avvocatura regionale con il mandato di valutare la situazione e denunciare in sede penale il parlamentare di Idv. Lo rende noto un comunicato.
Secondo il giudizio unanime della Giunta regionale, presieduta da Agazio Loiero, riunita questa mattina per richiedere al governo lo stato di emergenza per i danni del maltempo, quanto dichiarato da Di Pietro “non solo e’ falso, come e’ facilmente dimostrabile, ma procura un danno incalcolabile, e non solo d’immagine, alla regione”.

“Quel che Di Pietro afferma – secondo la giunta – mette a rischio, con gravi ripercussioni negative sull’intera Calabria, il rapporto di fiducia che questo governo regionale sta recuperando con l’Unione Europea, alla quale sono stati garantiti programmi seri e spesa trasparente cosi’ come e’ avvenuto negli anni della gestione Loiero. La doppia visita in Calabria da parte della commissaria Danuta Hubner, per incontri con il governo regionale a dicembre e quindi a gennaio per l’arrivo del presidente Giorgio Napolitano, e’ stata la testimonianza di una fiducia ritrovata che le improvvide e assurde parole di Di Pietro possono minare”.

“I nove miliardi che secondo Di Pietro ogni anno finiscono alla criminalita’ organizzata e ai partiti – sottolinea la nota della giunta regionale – sono soltanto nella fantasia del parlamentare da giorni in stato confusionale. Tutto il Por 2007-2013 vale si e non quella cifra che va spalmata in sette anni per assicurare alla Calabria una serie di infrastrutture di cui e’ priva e per aiutare la regione a raggiungere standard europei”.

Ebbene sì, non sdrucciolatevi gli occhi! Quel che leggete è firmato ADN Kronos, mica me lo son inventato mi. Che sia chiaro: forti dubbi aleggiano da tempo sui fondi Por europei, ma Di Pietro ci è ricascato con la sua dialettica da pornopolitica, proprio come un asinello. Giammai! Lui con Mastella manco tale sorte vuol condividere, allorché eran separati in casa tempo orsono.

Ma Agazio, Agazio, Agazio! Cosa mi combini? L’IDV che reca danno d’immagine ad una regione come la Calabria, ma suvvia! Lo sai bene anche tu, non di solo propaganda vive il calabrese. Siete tutti inquisiti! Ma allora perché vi nascondete dietro queste “mascherine”, ancora per Carnevale ne passa un mese.

E poi “rapporto di fiducia con l’Europa”? Sì, per finanziare con otto milioni di euro (1 in meno rispetto a quanti citati da Di Pietro) la Nazionale azzurra di football. Per finire il Consiglio Regionale degli orrori tira in ballo Napolitano, ma che c’azzecca? E lei sì che è un Cavaliere, caro Agazio, come cavalca l’onda lei…

Certo qualcuno rimprovererà Di Pietro di eccessiva critica, qualcun’altro potrebbe sentirsi risentito da queste mie dichiarazioni. Dimenticavo che siamo in un regime, ma và…


Lettera aperta a Antonino Di Pietro

gennaio 28, 2009

Decoro, parola assai lontana.

Non vi spaventate. Non mi sono presa la malsana e lugubre idea di essere io il promulgatore del pensiero nazional popolare, le mie lettere aperte quivi son fatte proprio nell’attimo in cui sto per perdere le staffe, dunque mi appello al buon senso. Prima di addentrarmi quindi nella mia nota pubblica, sottolineo come anch’io  sono stato polemico nei confronti del Capo dello Stato (https://federicominniti.wordpress.com/2009/01/16/lettera-aperta-a-giorgio-napolitano/) nei giorni della sua visita a Reggio Calabria, perché credo che la Sua figura debba essere più solerte in talune circostanze. Un abisso, le mie puerili accuse dinnanzi alla calunniosa arringa mossa dal leader dell’Idv.

Scrivo.

Antonino Di Pietro, leader dell'IDV (Foto Internet)

Antonino Di Pietro, leader dell'IDV (Foto Internet)

Egregio Onorevole della Repubblica Italiana Antonino Di Pietro,

questa volta l’ha combinata davvero grossa! Per bacco, non andiamoci giù per il sottile con le sdolcinerie formali del caso. Lei ha preso una bufala: ma al posto di cercare di arrampicarsi sugli specchi rotti dalle sue urla perché non chiede scusa al Popolo Italiano? Sì, non a Giorgio Napolitano. Ma all’intero Popolo che Le permette di vivere una vita piena di comfort e fior di quattrini nella saccoccie sue e del suo movimento poi Partito, mo’ soviet.

Io, per forma mentis, apprezzo tutti coloro che s’impegnano, i cosiddetti uomini di buona volontà. Voglio darLe sinceramente anche il beneplacito di appartenere a questa categoria (anche se le ultime inchieste hanno svelato la conduzione familiare del suo partito, bella meritocrazia, bella politica), però Lei Antonino Di Pietro si dovrebbe ricordare che quando apre bocca lo fa a nome dei suoi elettori e poco importa se si tratta di una democrazia da “rozza materia” (citaz. Noberto Bobbio), Lei è un Deputato della Repubblica Italiana se lo ricorda?

Se lo ricorda quando spara a zero su tutti, dando dei collusi a chiunque non sia nel cerchio dei suoi fedeli compagni di merende? Antonino Di Pietro, Lei sta commettendo l’errore più anacronistico della politica: Lei non è più magistrato, ma insomma ancora non ha letto un manuale di teoria politica (basti rintracciare il fondamentale Hobbes) in cui rintracci questo semplice ma essenziale sintagma?

Arriviamo al fatto “incriminato” (La prego non inizi con le sue elucubrazione sui figli e figliocci di Mani Pulite!): dare del “mafioso” (e ne Lei, ne i suoi amici di brigata, voglia divincolarsi da tale affermazione poiché il silenzio da mafioso chiamasi omertà, caratteristica di un uomo mafioso o affine ad esso) al Presidente della Repubblica e sputare nell’occhio a tutti noi italiani.

“Ciangiu cu n’occhiu”. La saggezza popolare viene in mio soccorso, ma non in Suo. Anzi: per troppo anni la nostra Repubblica è stata garantista dei loschi sistemi delinquenti, sotto il manto del perbenismo di massa si è nascosta l’invertebrata massa di ladri che il nostro Paese coglie in seno. Per grazia di Dio, ma anche degli uomini siamo tutti a conoscienza di questo lato B del nostro Stato, quello più famoso oramai. Le negatività.

Ma caro Di Pietro, il suddetto mafioso Giorgio Napolitano rappresenta l’altra metà del cielo, quel side A di brava gente, di lavoratori onesti, di persone con la schiena dritta che sono italiani. Giorgio Napolitano è custode della Costituzione, unico appiglio che ci unisce ancor oggi alla nostra storia e ai nostri padri, principi democratici.

Antonì Di Pietro questa volta hai sbagliato, vedrai come nemmeno il tuo amicone Travaglio ti difenderà, menchemeno Santoro o Grillo: i paladini dell’antiberlusconismo, non sono i paladini dell’anti – repubblica.

Ha fatto una pessima figura dinnanzi al mondo, una figura da ultras scatenato e un pò fumato. Non Le resta che chiedere scusa, magari avesse il “rossore” di dimettersi. Ma i soldi fanno la felicità e pure la faccia tosta. Tutto questo con il suo ruolo da Deputato della Repubblica italiana, che c’azzecca?

Il mio più sincero augurio di buon lavoro per il proseguio delle sue attività politiche.

Cordialmente,

Federico Minniti


Pdl in picchiata

gennaio 22, 2009

francesco-cossiga

Lo so, sono stato sarcastico, al limite dello stomachevole, nella scelta del titolo e della foto, nella flebile consonanza tra picchiata e picconatore, un gioco da villano. Mica tanto però.

Se è vero com’è vero che Gianluigi Bersani, il leader della corrente  polemicus degli obamiani de’ Roma ha deciso di fondare un partito del Nord per fare a gara con la Lega, il nascituro ( nell’attesa della sua venuta ) Popolo delle Libertà pare si sia imposto la ligia regola di scadere nel più bassofondo democristiano di questo Paese.

E vi dico pure che, anch’io mi son sempre chiesto, ma alcuni idealisti della politica che ci stanno a fare? Embé è chiaro perché un partito politico senza mentore, non è un partito politico.

Ah! Gravissima pecca questa: Giuliano Ferrara cerca ancora di convincere l’Italia che l’aborto è un delitto, ma, si sarà detto Re Silvio, di questi moralisti una forza “moderata” non se ne fa nulla. Gianni Baget Bozzo ritirato a vita privata, ma è l’età che lo richiede. Marcello Pera finito in gattabuia, dopo i lustri di Palazzo Madama. Stenio Solinas fa il freelance, Pietrangelo Buttafuoco al rogo.

Che fine hanno fatto i filosofi del buon governo ( da Nitzsche a Giovanni Gentile, da Luigi Enaudi a Giovanni Spadolini ) della destra? Quella cultura della legalità che, per niente celatamente, Paolo Borsellino e Beppe Alfano propugnavano definendosi “uomini di destra“?

« C’è disinteresse se non disprezzo verso l’elaborazione culturale, ritenuta un freno, uno spreco di tempo, un inutile lusso sulla strada delle decisioni ». Questa l’amara conclusione: troppo presi dall’accontentare lo stato – Ratzinger, troppo presi al gusto del sacro quegli idealisti ancora rimasti le cui quotazioni virano in ribasso, come Socci e Allam.

Il Berlusconi – pensiero della politica ad ogni livello è permeato anche nei quadri dirigenziali. Il rischio: di essere un partito di soli dirigenti senza una reale identità politica e culturale.

Più che della crisi economica ( priorità assoluta ) fossi negli elettori italiani, mi preoccuperei in questo aspetto da non trascurare. Se il Pd è traforato dalle “mazzette” della Nouvelle Tangentopolì ( in tono minore per i giornali ), il Centro è dissolto sotto le macerie dell’indagini giudiziarie e dei giustizialisti, i moderati di Destra ( anche quando un giorno non ci sarà più lo spauracchio Berlusconi) sembrano cani sciolti, ragrumati in correnti d’interesse.

C’era un antico partito nella vecchia Repubblica, fatto di grandi strateghi politici e uomini di potere.

Non voglio apparire apocalittico, né disfattista. Semplicemente “passione politica“. Un augurio accorato a tutti i responsabili della nostra Nazione.

fonte: L’Espresso


Vota Antonio, vota Antonio

dicembre 19, 2008
Antonino Di Pietro, il Re della contropolitica (foto Panorama)

Antonino Di Pietro, il Re della contropolitica (foto Panorama)

Casa Veltroni sembra essere, oggi, l’oasi felice per chi adora sparare nel mucchio (d’indagini). Che siano proiettili di carta o di microcip poco importa: la valanga si è innescata. Si salvi chi può!

Tonino Di Pietro, il magistrato – politico amico di Travaglio, il giornalista – magistrato, è l’espressione dello scenario reazionista della politica italiana. Tanta brava gente, animata dai buoni propositi lo vota, al partito – uomo Italia dei Valori: più che giusto, affermo io.

Ma l’escalation dell’Idv rassomiglia mica poco a quello della Lega Nord. Voi direte: la Lega è fondato sul territorio, l’IDV no. Esatto. E ce ne sarebbero molte altre di differenze.

Lega Nord: partito perlopiù di medio – basso ceto, con un ideologia socialista della società sta schierata col centrodestra. Leadercentrica (anche se col tempo si sono sviluppate al suo interno diverse correnti), si è caricata sulle spalle il malcontento di una parte degli italiani, soprattutto con le sue provocazioni anti – extracomunitari.

Italia dei Valori: anche in questo caso partito non di certo dell’alta borghesia, ideologia liberale, ma che siede affianco agli ex comunisti e alcuni ex DC, vittima del cesarismo di Di Pietro (ma con timidi tentativi di nuovi uomini carismatici), si fa portatrice di alcune istanze, figlie dell’antiberlusconismo, aspra opposizione su tutto ciò che il Governo (e l’opposizione) propone.

Inoltre entrambe le due formazione godono di alcune simpatie importanti nei nuovi mezzi di comunicazione di massa, dove i grandi partiti soffrono. Sono vicini al territorio, lo vivono, lo palpano. Politica d’altri tempi con in più molto, tanto, Internet.

Idv e Lega Nord ago della bilancia: ruolo diviso a sinistra e a destra sempre più di spartiacque tra vittoria e sconfitta. Due partiti per natura giustizialisti, due partiti. Forse gli unici.

Mi và di ricordarvi una frase del novembre 1994 che pronunciò Umberto Bossi: «O muore lui o muoio io».  Destinatario Silvio Berlusconi: il Cavaliere andò a casa, con il beneplacito di Oscar Luigi Scalfaro e del suo ribaltone. La Lega vinse nel 1996, cadde fragorosamente nel 1999 (Europee). A Natale dello stesso anno convolò a seconde nozze con Re Silvio, per non lasciarsi (finora) più. Da lì una crescita graduale ma poderosa del consenso.

Vi ricorda qualcuno questo Out-Out? A me sì, la maxioperazione impiantata da Antonino Di Pietro ai danni di Veltroni: una trappola che costerà caro al segretario del Pd, forse la testa. Di sicuro, per la prima volta nella storia repubblicana, il vantaggio morale del centrosinistra sul centrodestra. La Tangentopoli rossa non mette in ginocchio gli uomini, ma il sistema.

La tesi dell’accanimento di magistrati politicamente corrotti (di puro stampo berlusconiano) è forte e grida vendetta: gli ex DS non lo sbandierano, ma ne hanno ben donde.

Oscillante tra il principio di non colpevolezza e la macchinazione giudiziaria ai danni di un partito, il centrosinistra sa che la manovra impellente è espellere il corpo estraneo di Di Pietro dal suo grembo. L’Europee sono alle porte e (come predico da quasi 6 mesi,ndr) stanno mettendo alle strette la nostra politica centrale.

Con una differenza: mentre il Senatùr seppur scontento delle lentezze con cui la maggioranza porta avanti il progetto di trasformare il Bel Paese in una repubblica federale, ha un visione più lunga della vita politica: l’abolizione delle province, la privatizzazione delle aziende municipalizzate potrebbero essere i primi passi del governo che però non sono molto ben viste dal Corroccio per questioni di basso profilo. E allora?

Allora è meglio aspettare tempi migliori, Bossi lo sa. Sparare nel mucchio non porta né poltrone né amministrazioni locali. Di Pietro imperversa in direzione ostinata e contraria. Volevamo la terza Repubblica? Eccalà, niente più comunisti contro democristiani, bensì giustizialisti contro.

fedmin


Il Pastone di Natale (ne fa del Pd un sol boccone)

dicembre 17, 2008
foto Internet

foto Internet

Non “adoro” Gianni Riotta, né la sua conduzione della rete ammiraglia, in tema d’informazione, di mamma RAI. Però devo dargli atto che il direttur del TG1 ha riportato in voga il, cosiddetto, pastone.

Una sorta di cianfrusaglia organizzata di notizie (perlopiù politiche) che hanno un duplice effetto: quello di dare il contentino (chiamasi spazio, figlio primogenito della par condicio) a ciascuno e non far capire niente di nessuno.

Chiamasi “distorsione”, anche se questa non va ad intaccare alcun arto. Perché questa mia premessa?

Facile, anzi facilissimo: ieri i TG pullulavano di notizie urlanti.

Vuoi che sia il mega blitz antimafia in quel di Palermo, dove è stata debellata la zona dal grave virus di un nuovo ordine mafioso, con tanto di cupola, coppola, baci e padrini. Ho notato, con piacere, quasi l’indifferenza con la quale i cronisti facevano sfilare dietro le spalle il centinaio degli arrestati, quando si dice l’evoluzione della società. Le persone cadute nel sacco non sono mica gli ultimi della classe, ma i capimafia: appena 10 anni fa le telecamere ci avrebbero aggozzato di particolari a go go sugli uomini di Cosa Nostra.

Mazzettopoli (foto Internet)

Mazzettopoli (foto Internet)

Vuoi che sia i (al plurale, no non è un refuso!) nubifragi giudiziari sul PD. Piove sul bagnato, vista la debaclé elettorale in Abbruzzo, dove Chiodi ha crocefisso le ultime speranza di Veltroni e company di rialzare la testa, dopo aver perso quella di rialzare l’Italia. Piove dicevamo. Sulla testa del sindaco di Pescara, nonché segretario regionale del PD (da non sottovalutare l’impatto in tutto ciò della vicenda di Ottaviano Del Turco, sempre in Abruzzo), Luciano D’Alfonso pende la mannaia delle tangeti: pare che il primo cittadino abbia dei rapporti strettissimi con la proprietà di Air One, nel padre e nel figlio Carlo e Alfonso Toto. Questa amicizia è costata cara alle casse comunali, rimpinguendo però quelle personali.

Il Gip Luca De Ninis ha iscritto nel registro degli indagati 40 persone (quasi tutti imprenditori d’alto calibro, basti pensare oltre alla famiglia Toto, la presenza anche di De Cecco e Luigi Pierangelli, avversario di Angelini e che dell’anticorruzione ne fece una battaglia), ree di aver commesso pesantissimi capi d’imputazione, come associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e alla concussione, truffa, falso e peculato. Le manette però sono scattate ai polsi solo all’entourage del sindaco.

Come se non bastasse, passiamo alla vicina Basilicata: Henry John Woodcock, pm di Potenza famoso per le sue azzardate tesi accusatorie, finora dissolte quasi tutte nel nulla (dicevano lo stesso di De Magistris, ndr) ha messo sotto la lente di ingrandimento il deputato del Pd, Salvatore Margiotta, che si è immediatamente dimesso dalla carica però dichiarandosi pienamente estraneo alla vicenda. Vicenda che parla di non altro che del “solito” giro di mazzette che avrebbe favorito lo spartirsi dei ricchi giacimenti di petrolio della Basilicata in una lotta tra la Total e una cordata di imprenditori lucani. In palio i privilegi e aggiudicarsi gli appalti per lo sfruttamento dei pozzi.

All’inchiesta ha preso parte anche Sergio De Caprio, per intenderci il “Capitano Ultimo”, che ha tratto in arresto 10 degli inquisiti: l’amministratore delegato di Total Italia, Lionel Levha, Jean Paul Juguet, responsabile Total del progetto ‘Tempa Rossa’, per lo sfruttamento di uno tra i più ricchi giacimenti della Basilicata, che si trova all’estero, Roberto Pasi, responsabile ufficio rappresentanza lucano della Total e un collaboratore, Roberto Francini. Insieme a loro anche Francesco Ferrara, imprenditore di Policoro a capo di una cordata per lo sfruttamento dei giacimenti e Ignazio Tornetta, il sindaco di Gorgoglione, il comune di “Tempa rossa”. Margiotta presumibilmente rappresenta il collante tra la politica e questo fitto bosco d’interessi leciti ed illeciti.

Quando il soffitto crolla, il tonfo è fragoroso: anche in Campania arresti tra le fila del PD. Si tratta dell’inchiesta “Global Service” sugli appalti pubblici per la manutenzione delle strade e dell’assegnazione delle mense nel napoletano. Da oggi risultano indagati 2 assessori della giunta Iervolino, Ferdiando Di Mezza (tra l’altro presidente di Legambiente campana) e Felice Laudadio (noto avvocato, nonché docente di diritto amministrativo). Dall’epicentro del terremoto giudiziario le scosse si sono dilatate per colpire nomi di primissimo piano della vita politica partenopea: il nome più eccellente è quello di Giuseppe Gambale (pensate eletto per la prima volta nel 1992 con la lista di Leoluca Orlando, La Rete), che durante il governo presieduto da Giuliano Amato fu un componente della Commissione Antimafia.

Presso il civico consesso del capoluogo della Campania ricoprì il ruolo di Assessore all’educazione, alla trasparenza e alla legalità. Altro nome “di lusso” quello di Enrico Cardillo, anche segretario regionale della UIL. A questi, a quanto fanno trasparire le prime notizie, si sarebbe aggiunto Giorgio Nunes, morto suicida.

A Montecitorio ci sono anche dei risvolti in conseguenza a questa indagine: Renzo Lusetti (PD) e Italo Bocchino (PDL), per i quali è stata richiesta l’autorizzazione a procedere per l’utilizzo delle intercettazioni vista lo loro influente vicinanza, al limite dell’associazione a delinquere, con l’imprenditore napoletano Alfredo Romeo.

Ecco servito il pastone natalizio: le notizie non hanno alcun legame fra loro se non alcune caratteristiche. Gli arresti, il PD, centro Italia, tangenti. Sillogismo della notizia, dunque. Ho fatto pure del metagiornalismo, per la felicità dei docenti di tale materia.

Dopo queste pinzillacchere, concludo.

Nel cuore del Bel Paese batte una nuova passione: mazzettopoli. E non è un gioco da collocare sotto l’albero.


MondoRosa: opportunità alla pari

dicembre 15, 2008

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Le pari opportunità.

Bel mistero questo. Di sicuro ce sta che i governi di centrodestra ci mettono le gnocche, quelli del centrosinistra no. Il motivo del perché questo esista ancora non è dato a saperlo e se qualcuno si permette di ledere l’intoccabilità dell’ex gonnelline al vento (oggi sempre e solo jeans e mezzo tacco) si becca fischi e insulti.

Brunetta, l’impavido antipatico che piace a tutti (checché ne dicano i fannulloni), ha osato stanare anche queste aquile dal nido: alzare l’età pensionabile per le signore è stato considerato un sacrilegio. Da chi? Da quelli han fatto sedere Luxuria (al secolo Vladimiro Guadagno) tra i banchi di Montecitorio.

Sacrilegioooo!“. Le donne devono mantenere i loro privilegi per Bacco! Eppure le motivazioni mosse dal socialista Brunetta, il più odiato dai sindacati che al loro volta sono i più odiati dai lavoratori, non sono poi così esogene della nostra realtà italica: perché mai le donne, che reclamano parità di qua, parità di là, non dovrebbero dunque avere un sostanziale pareggio anche nei loro anni lavorativi? Perché impedire ad una donzella – manager di poter aspirare ad un più alto status quo nella scalata ai vertici del suo campo lavorativo? Insomma: la carriera dove la mettiamo?

O assopite femministe, cotanta grazia voi gettate? E poi, le donne che per dono divino hanno il diritto di custodire in grembo il seme della nuova vita e il dovere di usufruire della, cosiddetta, “maternità”, non hanno quindi nel caso della fortuna dei voli delle cicogne sul tetto coniugale (e non, visti i tempi che corrono) del tempo “perduto” che più avanti negli anni possono, anzi devono, “recuperare”?

Non si tocca alcun dovere.

Per grazia di Dio, lasciate perdere l’UE! Loro ci rincorrono, non è mica colpa nostra se siamo in perenne ritardo. E poi chi tira fuori tutti i casi in cui noi ce ne infischiamo mentre adesso Renatone nostro la prende da monito ad agire, beh cari miei, il solito bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto.

Pari opportunità? No grazie: opportunità alla pari.


La Selva Oscura dei No (a priori)

dicembre 10, 2008
Il Mose eviterebbe l'acqua alta a Venezia, ma c'è chi non ci sta. (foto Internet)

Il Mose eviterebbe l'acqua alta a Venezia, ma c'è chi non ci sta. (foto Internet)

Signor No, signore!

Più che un motto, oramai risuona come il requiem della nostra economia e dei nostri disservizi, tutti italici. La “Casta dei No” è viva, vegeta e condiziona tutto il Paese: c’è chi si oppone alla Tav, chi al Ponte di Messina. Lorsignori questi sono solo i casi più eccellenti: per chi vive le latitudini calabre in questi mesi ha visto l’accavallarsi delle proteste dinnanzi al pericolo Sei in Calabria. Investimento = pericolo. Meglio riciclare i denari in catene alimentari e beni di primo consumo, ma questa è una storia del paese di Giufà, non comprensibile, come molte altre.

Se vuolsi rivolgere lo sguardo poco lontano, risalendo la Calabria brilla di luce propria, la Centrale elettrica di Laino Borgo, ridente cittadina tra i boschi del Pollino, dove 35 megawatt, costata 50 milioni di euro per produrre energia tramite biomasse, sono lì in bella mostra: venghino signori, venghino! E pensare che pur funziona visto che ha “prodotto” solo nel primo giorno della sua esistenza per poi essere rinchiusa a causa del suo effetto mortifero sulle lontre del lago pressappoco vicino. Lontre mai rinvenute.

Ah! Fatti non foste per viver come bruti: cortei, girotondi, associazioni no – profit, politici tutti uniti (con la garanzia di rimanere pressocché impuniti, anche in caso di estrema colpa!) trasversalmente nel bruciare, fattivamente, i fondi che l’Italia mette a disposizione dei suoi cittadini. Peccato mortale il fare. Meglio incrociare le braccia e protestare, appellandosi a sua maestà la VIA (Valutazione dell’Impatto Ambientale), che macina pratiche su pratiche, avezza alla penna rossa per sottolineare gli errori anche ove non ci fossero.

159, sono 159, gli altolà imposti al Ministero dell’Ambiente: quanto ci costano? Calcoli alla mano tanto, troppo.

Non restiamo nel vago. Strana voce: “Costi del Non fare“. Prendiamo in esame il triennio 2005 – 2007 e poi calcoliamo esponenzialmente i probabili danni alla nostra economia in lunga gettata, ossia fino al 2020.

Il totale degli sprechi in ambito di “produzione energia” conta ben 38.590 milioni di euro; per quanto concerne lo “smaltimento dei rifiuti” scendiamo, ma di poco, con 28.029 milioni di euro gettati al vento: chiude questa disastrosa hit parade il conteggio dei soldi persi nel “non fare” tangenziali, autostrade e ferrovie ad alta velocità. Signori e signori: 337. 619 milioni di euro!

Non stiamo parlando di opere campate in aria o di progetti inutili, e inutilizzabilili, tanto per dovere di cronaca a questa particolare categoria dei lavori pubblici “in via d’aborto preventivo” appartengono, tra gli altri e in ordine sparso:

  • elettrodotti di tutt’Italia, dal comune più piccolo alle grandi città, come ad esempio quelli di Trino – Lacchiarella (PIEMONTE) e Fusina – Dolo Camin (VENETO). Bazzecole diremmo noi;
  • il completamento del Mose: mai più acqua alta a Venezia? Ma che vengo – a – dirtelo – affà!
  • Enel, Autostrade, Ferrovie, Terna: tutti al palo. Prima bisogna passare un vero e prorio esame di maturità, che sa di via crucis: l’iter prevede che il progetto debba essere vagliato dagli enti locali e posto a trattativa serrata con essi (durata in media di questo step 5-6 anni), poi deve passare dalla Conferenza dei Servizi, mini parlamento da 60 – 70 deputati – imputabili per questo – e infine approda ai Ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente, con tutte le lungaggini parlamentari note a tutti;
  • raddoppio della rete elettrica della Sicilia orientali: 310 milioni di euro affinché l’isola del Sole non rimanga al buio;
  • impianti energetici di natura eolica in Campania, a Dauna, zona gli indici più alti di ventosità d’Italia. Pecoraro Scanio preferì favorire il fenomeno della ‘monnezza!
  • rigassificatore ENEL in Sicilia, per ben 600 milioni di euro investiti: Porto Empedocle troppo vicina alla Valle dei Templi. Eppure gli esperti in materia, come il presidente dell’UNESCO, tra l’altro sicilianissimo, Giovanni Puglisi, ha del tutto escluso la possibilità di rischi.

Il decreto anticrisi parla chiaro. Evitare gli sprechi, bloccare la rincorsa estenuante dei ricorsi di questo o quel comitato. E’ risaputo che molti fondi europei che giungono in Italia vengono rispediti al mittente perché non utilizzati. E c’è da meravigliarsi se ancora puntano qualche sordo sullo Stivale trivellato da questi contestatori a priori: ad ogno passo in avanti, ne corrispondoo 5 indietro. Così è, se vi pare.

Anzi no no, è così e basta.

N.A. : ho tratto spunto per questo articolo dall’approfondimento di Panorama del 5 dicembre 2008 a firma di Daniele Martini.


I conti non tornano (oppure erano sbagliati)

dicembre 2, 2008
Facebook specchio della realtà? (foto Internet)

Facebook specchio della realtà? (foto Internet)

Vorrei sfatare un mito: l’opionione pubblica della Rete è davvero così contrapposta a quella tradizionale? Scontatamente dico sì. Calcoli alla mano, un pò vacillo.

Non voglio apparire demagogico, per ciò non trarrò alcuna deduzione dai numeri che fra poco sottoporrò al vostro rigido giudizio. Premetto che questi dati sono nulli davanti alla manifestazione democratica del consenso verso questo o quel partito (poco importa), ma mi andava di giocare un pò, in gratia aritmetica.

Prediamo Facebook, indiscusso canale di comunicazione, perlopiù dai giovani e vediamo quanti “sostenitori” hanno i politici italiani. Va detto che questo è una dato molto parziale perché proprio in questo istante in cui digito questo resoconto la situazione potrebbe cambiare e anche sensibilmente.

Innanzitutto, tanto di capello a Barack Obama che non ha eguali: la sommatoria (a troppi zeri) dei suoi fans, pensate, supera il totale di tutti gli altri politici indicizzati. Per chiosare la pagina made in USA, George W. Bush dopo 8 anni di mandato, un paio di guerre ed una crisi economica racimola solo 1.909 supporters.

In Europa la situazione è più opaca, molta divisione, ma indubbiamente e di gran lunga, il leader (nonché primo ministro) più amato del Vecchio Continente è Nicholas Sarkozy con 34.308 preferenze (da non confondere nell’accezione di “voti”). Sarà merito della bella Carlà?

Preciso di aver tratto i miei dati da questo link (per i politici italiani più “discussi” ho fatto una ricerca più dettagliata “per nome”).

Arriviamo dunque ai nostri parlamentari. Anzi prima cavalchiamo l’onda della controinformazione con una piccola postilla iniziale: Marco Travaglio è tra i personaggi pubblici più amati (47.713), da notare come sia indicizzato come “Critica”, genere promiscuo a lui congeniale visto che non è né un giornalista né un politico. Questa volta i feisbucchiani sono stati proprio cordiali nei suoi confronti. E il Grillo urlatore? Un modesto risultato complessivo (vale a dire tra i vari cloni) di 15.807 grillini. La sua categoria: comico. Nulla da aggiungere.

Il primo politico italiano è…l’Assessore Palmiro Cangini. Sì direttamente dal tendone di Zelig: quello di fatti, non pugnette. Questo è un tutto dire, cosa ne dirà il comico genovese sopracitato? Non ci sono più gli internauti di una volta: eccezionale veramente!

Altrettanto eccezionale è che Maria Stella Gelmini raccolga su Facebook ben 13.326 sostenitori: è lei la prima deputata italiana nello speciale ranking di FB.

Ora debbo fare forzatamente una precisione: ho rinvenuto due politici con diversi cloni che nella somma complessiva risultano superare quota 10.000 fans, questo non è esclude,però, che ci siano “doppi” se non “tripli, quadrupli” sostenitori identici (come appurato personalmente, però capite bene che spulciare le molteplici preferenze di migliaia di utenti era impresa ardua). Quindi ho utilizzato per tutti questo metro: ho classificato la pagina del politico con più sostenitori, per chiarezza e completezza di informazione fra parentesi metterò il totale delle varie pagine dello stesso politico.

Secondo posto per Walter Veltroni, l’Obama de no’ artri: nota curiosa il leader del PD non è indicizzato da Facebook, sconvolto della sua assenza ho digitato il suo nome nel modulo “ricerca” rinvenendolo con 10. 682 (11.263) amici. Alle sue spalle spunta Umberto Bossi. Eh sì il senatur ha fatto breccia in 9.553 cuori, pensate che Ingrid Betancourt lo segue con 8.479 fedelissimi.

Che Renato Brunetta faccia opinione si era capito, ma che raggiungesse certe quote non era prevedibile: subito appena fuori dal podio con 8.431 supporters. Antonino Di Pietro ha, invece, 7.487 sostenitori (12.838).

Che smacco per Silvio Berlusconi che comunque si può consolare vedendo il trend dei Premier europei, per lui 6.779 fans (7.873), ma osservando sia la Merkel (2.864) che Brown (2.237) che Zapatero (873) può dirsi in buone acque.

A proposito di cariche dello Stato, il Presidente della Repubblica non riceve molti consensi tra i giovani interanuti di FB: solo 1.258 sono gli italiani abbonati alla sua pagina.

Ma chi l’ha detto che chi governa è poco amato? Una sfilza di nomi da La Russa a Tremonti, da Fini a Maroni sono tutti lì tra i 3.350 e i 2.260 sostenitori. Gli uomini del PD si piazzano più indietro: tengono botta il sempre vivo Massimo D’Alema (2.249) e lo scettico Bersani (1.686). Il primo tra i comunisti è Bertinotti con 1.629 fans: e pensare che è stato il primo a saltare dopo la debalce elettorale.

Analisi in controtendenza tra i partiti dove il PD stravince con 1.559 sostenitori (comunque un dato che fa riflettere,bipartisan, l’affezione verso i politici basta pensare lo scarto di 10.000 preferenze con il leader dello stesso partito, Veltroni) e il PDL fa davvero cattiva figura con soli 200 aderenti in FB. I berlusconiani potranno contestare il fatto che ancora è una creatura non nata, beh il totale tra i sostenitori di AN e FI fa 709.

Numeri farfugliati, indicatori di niente. Nella versione “er Rino Tommasi dei poveri (e dei parlamentari)” forse ho fatto qualche peccato di gola. Mi andava di filtrare questi dati che non interesserano a nessuno. Nessuna conclusione la mia, solo un invito ad una sobria ed ironica riflessione.

FedMin


Che bella cosa n’auto blu…

dicembre 1, 2008
Antonio Bassolino (foto Panorama.it)

Antonio Bassolino (foto Panorama.it)

Vengo a prenderti stasera, con la mia auto blu. Popi – popi.

Non è delirio dal gusto retrò, anzi mi perdoni il maestro Giorgio Gaber per l’impavida citazione, con tanto di sommessa modifica. Quale? Aguzzate la vista.  E sì la “torpedo” adesso è divenuta una semplice “auto”.

Semplice? Macché provate per credere ad Antonio Bassolino. Il governatore campano, che ha ingaggiato una strana bagarre col collega Loiero per chi supera il limite della decenza – credibile, si sobbarca 5 milioni di euro l’anno, signori 5 milioni di euro mica mozziconi di sigarette, per pagare “profumatamente” la corazzate di macchine blu con sirena d’ordinanza in groppa.

A svelarlo è Claudio Pappaianni per L’Espresso: gli autisti di Palazzo Santa Lucia percepiscono quell’elemosina di 3 mila euro netti al mese. Se si considera che l’organico ballonzola intorno alle cento unità, beh la Campania non è “solo” sommersa dal caso – rifiuti, ma anche dalle tasche ampliamente bucate dei suoi amministratori.

Non discuto che la frenesia di una città indisciplinata (automobilisticamente parlando) come Napoli debba avere una lauta ricompensa, ma ad onor di cronaca ha del paradossale che questa vera e propria casta debba essere pagata (con i soldi dei contribuenti) più di un funzionario regionale e si garantisca molte più garantigie di tutti gli altri dipendenti.

Da aggiungere che spesso gli autisti sono uomini dell’entourage di politici di primo piano, spesso coinvolti in casi di mixture fra politica e malavita, come Roberto Conte (le cui dimissioni sono state richiesta da Pietro Ciarlo, capogruppo del PD) che pare sia un uomo di Giuseppe Misso. Beh il “figlioccio” del boss proprio in questi giorni pare abbia cambiato autista, nel bel mezzo della protesta di questi.

Nulla di cui meravigliarsi: Ciro Campana, collaboratore esterno del capogruppo dell’IDV Cosimo Silvestro si è comprato autonomamente un’auto blu e si aggirava fra i vicoli del capoluogo campano a sirene spiegate, comodamente seduto affianco ad un tizio “in odore” di camorra. Tutto nei ranghi della normalità.

E chi cercò di smontare questo castello di fantonie e benefici, tale Luigi Anzalone sempre della banda ex PD(S), fu richiamato all’ordine. « Mi fu detto a muso duro: ‘Chi ti credi di essere?’. Poi mi telefonò Bassolino, pensavo volesse dirmi di andare avanti. E, invece, pur se in evidente imbarazzo, mi chiese di fare un passo indietro ».

Certo in Campania il PD non vive di piena salute: il botto – Nungnes è il più evidente e molto probabilmente il più emblematico, ma nella regione dei reggenti della Democrazia Cristiana, vedi lorsignori Ciriaco De Mita e Clemente Mastella, per il partito di Veltroni fare politica pare proprio un’odissea.

C’è chi se la ride.

Riccardo Villari recita il suo rosario meditato, lui sì che in barba ai colleghi conterranei si sta assicurando una poltrona a Bruxelles. Con quale partito, vista la sua espulsione dai Democratici, non è dato a sapersi.

FedMin


Come Volevasi Dimostrare

novembre 19, 2008
Daniele Capezzone (Pdl) (foto Internet)

Daniele Capezzone (Pdl) (foto Internet)

Incredibilmente è la Tivù a lanciare l’assist alla Rete: mai avrei voluto, ma cito ancora una volta Lilli Gruber in questo mio spazio da internauta. La conduttrice di Otto e mezzo ha chiuso la trasmissione (“Berlusconi: o si ama o si odia”) con l’amara considerazione che il battibecco da anatre spennate fra Marco Travaglio e Daniele Capezzone è l’ennesima conferma che “antiberlusconismo e berlusconismo esistono e ancora caratterizzano la nostra politica“. Ebbene sì, nulla di nuovo all’orizzonte purtroppo.

Non entro in merito sulla vicenda “il tuo padrone apparteneva alla P2” e “tu appartieni alla P-Coglione“, ho solo l’amarezza che davvero in Italia la dialettica politica si sia ridotta ai minimi termini.

Non amo i vari Travaglio, Grillo e Di Pietro però credo che talune volte la loro fortuna è l’incontrare persone come Daniele Capezzone, bravissimo ragazzo, bravo ad argomentare, ma certamente non all’altezza di essere il “portavoce” del Pdl, cioè il primo partito d’Italia. Non sto quì a tessere le lodi del partito di Berlusconi, ma Daniele sbava un pò troppo e da Arcore “qualcuno” se ne è accorto.

E guarda un pò a chi volevano “appioparlo” lo sbavatore ex radicale? Signori e signori in Calabria. A chi credeva che la sua candidatura per il post – Pittelli avrebbe lusingato il coordinamento regionale, nient’affatto. Capezzone sta stretto, tant’è che fa a gara con Italo Bocchino per chi deve dare del “coglione” al sinistroide di turno. E poi però si inalbera con Travaglio, quando lo chiama “maggiordomo”.

Ma dai, Daniele, mica è un’offesa? Per il professore giornalista liberale montanelliano siamo tutti schiavi di Berlusconi, tutti vittime delle sue truffe, dei suoi inganni allo Stato. A mettere bene l’orecchio per terra, la stessa base travagliana perde colpi: però in questo incontro – scontro con Capezzone, il buon Marco nazionale ha avuto la meglio, mi si permetta di dire, grazie all’ineguatezza del pidiellino.

Paradossalmente le parti erano invertite: il politico (Travaglio è inutile che fai il biricchino tanto ti abbiamo scoperto!!) travestito da indefesso professionista dell’informazione e il giornalista (Capezzone: il Velino va a gonfie vele!!) nella maldestra maschera del dotto al servizio degli elettori.

La commedia delle parti continua e va ad appannaggio del Re Mida Silvio, che vorrebbe (in questo periodo di blackout economico) che tutto quello che tocca diventi oro, ma che non trova di meglio che “salutare il dott. Floris” e attaccare a tutto spiano sinistra, sindacati e Di Pietro.

Sì, lui il bel Tonino, lui è un caso a parte. Partecipa a 409 votazioni sulle 1.562 effettuate alla Camera dall’inizio della legislatura e poi dice che Berlusconi è un assassino della democrazia. Certo per lui il Parlamento pare essere il tugurio.

Travaglio: “Sono fiero di aver votato Italia dei Valori“.

Come Volevasi Dimostrare.